La curva caratteristica – Parte I


La curva caratteristica della pellicola ci permette, con una rapida occhiata, di conoscere immediatamente il “carattere” del rullo che abbiamo caricato in macchina (o della lastra, se utilizziamo ancora grandi formati o banchi ottici).

Prima però di imbarcarci nel suo esame, che risulterà essere tanto semplice una volta compreso quanto ostico da comprendere la prima volta, è meglio che io introduca alcuni concetti che rincontreremo spesso durante la spiegazione successiva.

Sistema zonale

Sono pochi i fotografi che non ne hanno mai sentito parlare, e tutti lo hanno utilizzato, anche senza saperlo, dato che tutti i sistemi di esposizione multizona sono basati su questa tecnica.

Venne inventata da Ansel Addams non tanto per calcolare l’esposizione perfetta, quanto per ottenere un negativo con la quantità maggiore possibile di informazioni. Infatti, una cosa definibile come “esposizione perfetta” non esiste quanto non può esistere una cosa definibile come “la miglior canzone”. L’esposizione, la musica, sono cose legate al gusto personale, ed una foto troppo scura per una persona con un carattere solare potrebbe risultare perfetta ad una persona che abbia un carattere più riflessivo e crepuscolare.

Invece, un “negativo con il maggior numero possibile di informazioni”, da stampare poi in camera oscura decidendo se privilegiare luci od ombre, è un concetto scientificamente misurabile e apprezzabile in maniera universale.

La teoria

La teoria del Sistema Zonale prevede che venga presa la gamma di differenza di luce registrabile dal negativo, e dividerla in zone ben precise, 10 per la precisione.

La zona V è la zona dei mezzi toni.

La zona I sono i neri chiusi, senza dettaglio visibile. La zona II sono i neri abbastanza scuri da risultare neri, ma con un dettaglio che comincia ad essere discernibile.

Nell’altro lato della scala, la zona X contiene i bianchi-supporto (quindi il bianco della carta di stampa), senza nessun dettaglio, e la zona IX invece contiene i bianchi con un accenno di dettaglio apprezzabile.

Tutto ciò che è in mezzo, sono gradazioni intermedie.

zonale

Misurando con un esposimetro spot i vari punti dell’inquadratura che ci interessa, e prendendo nota delle varie esposizioni che si possono leggere, saremo in grado di decidere in quale punto piazzare la zona V, in modo da avere il miglior compromesso possibile tra luci ed ombre.

In pratica

Ipotizziamo un paesaggio, che abbia zone in ombra ed in luce.

Ipotizziamo anche che io voglia fotografarlo utilizzando un diaframma ad F/11.

Comincio a studiare l’inquadratura, e decido che voglio mantenere il dettaglio sia nella parte in ombra dalla montagna, ma anche nelle nubi del cielo.

Come prima cosa, devo verificare che questo sia possibile, perché se la differenza di contrasto è troppo alta potrei dover rinunciare. Ma per questo esempio in particolare, diamo per scontato che il rullo (o il sensore) abbia la gamma dinamica sufficiente al mio scopo.

Come prima cosa misuro le ombre, nel punto più scuro, dove ho deciso di piazzare il nero chiuso, ed ottengo 1/2 sec (sto ad F/11, come detto precedentemente); questa è la mia zona I. Vado a misurare il cielo, le mie nuvole, ed ottengo 1/1000 di sec, e decido che quel punto iperluminoso della nuvola vorrò stamparlo bianco carta; questa è la mia zona X.

Quindi, per avere un’esposizione che catturi tutta la differenza di contrasto della mia inquadratura, dovrò impostare la mia macchina fotografica nella zona V, cioè nella media delle due esposizioni, ovvero 1/60.

Con questo risultato, ed ipotizzando un supporto che mi permetta di catturare una differenza di luminosità di 10 stop, io ho catturato tutta la scena disponibile, e ho la massima quantità di informazioni sul mio negativo, per scegliere poi in camera oscura cosa privilegiare, dato che nessuna carta mi permetterà di avere la stessa gamma dinamica di un negativo (così come nessun negativo o sensore ha la gamma dinamica di un occhio umano).

Purtroppo non è sempre così, e spesso dovremmo decidere cosa privilegiare nelle nostre esposizioni.

Torniamo all’esempio di prima. Dopo aver misurato i vari punti di luce, e dopo aver capito che 10 stop di differenza sono una quantità di informazioni che non potrò mai ottenere, dovrò decidere se chiudere le ombre ulteriormente o rinunciare al dettaglio delle nuvole.

Ipotizziamo che io abbia davanti un bellissimo paesaggio con un cielo favoloso, pieno di nuvolette che proiettano le ombre sul terreno; in questo caso è chiaro che io voglia il maggior possibile dettaglio nel cielo, e possa rinunciare al dettaglio nelle ombre sul terreno.

Allora, decido che il nero chiuso non lo voglio più in quella zona che avevo misurato prima, che magari era l’imboccatura di un pozzo, ma mi accontento che sia il lato in ombra della montagna… misuro ed ottengo 1/60 di secondo in quel punto.

Le nuvole, come detto prima, sono ad 1/1000 di secondo.

Quindi, la mia zona V ora sarà la media tra 1/60 ed 1/1000, cioè tra 1/125 sec. ed 1/250 sec. Visto che voglio privilegiare le nuvole, punto ad una leggera sottoesposizione e lascio 1/250 sec. La differenza ora è di soli 5 stop tra le luci e le ombre, facilmente gestibile dalla totalità delle pellicole in commercio.

Come linea di massima, potete dare per scontato che dovrete aggirarvi sui 7 stop di gamma dinamica. Se io espongo ad 1/250 di secondo, tutto ciò che è di 3 stop più scuro (1/2000 in giù) sarà nero in stampa, e tutto ciò che di 3 stop più chiaro (1/30 in su) sarà bianco in stampa.

Particolarità del sistema zonale

Come detto prima, il sistema zonale non serve per calcolare l’esposizione corretta, ma per ottenere un negativo con il maggior quantitativo possibile di dati. Tradotto in linguaggio fotografico, un negativo scattato utilizzando correttamente il sistema zonale ha molte probabilità di essere un negativo alquanto piatto, senza carattere e senza un vero appeal. E’ un negativo che va “interpretato” in camera oscura, o camera chiara, a seconda di come poi verrà sviluppato, se in analogico o digitale.

E’ però vero che conoscere il sistema zonale può permetterci di guidare meglio la nostra scelta nelle esposizioni. Se vogliamo una foto in bianco e nero dove vogliamo che determinate zona in ombra siano completamente nere in stampa, basta misurarle spot e impostare la macchina fotografica per una esposizione lontana di almeno 3 stop da ciò che abbiamo letto.

Vi ricordo una cosa che a prima vista potrebbe sfuggirvi… lo sapete che riflette più luce una maglietta nera sotto al sole che una bianca in ombra? Così, rifletteteci…

Contrasto

Basta prendere un qualsiasi volantino relativo ad un televisore piatto per rendersi conto che il contrasto viene misurato con valori simili a 100:1, 1000:1, 10.000:1 e così via.

Significa semplicemente che tra la massima luminosità e il nero c’è una differenza di luce pari a quanto misurato (in un televisore 10.000:1 il bianco è 10.000 volte più luminoso del nero).

Questo valore può essere applicato anche alle fotografie. Nel nostro esempio di prima, nella prima misurazione avevo una differenza tra le ombre e le luci di 10 stop. Nella seconda misurazione, dove avevo “sacrificato” una buona parte dei dettagli delle ombre, avevo una differenza di 5 stop.

Ad ogni stop, la luce raddoppia. Questo significa che posso calcolare il contrasto di una immagine a partire dal numero di stop di differenza.

Una immagine con uno stop di differenza avrà un contrasto di 2:1. Una immagine con due stop di differenza (dato che ogni stop raddoppia la luce), avrà un contrasto di 4:1. Una con 3 stop di 8:1 e così via.

Quindi nella misurazione da 5 stop il mio contrasto era di 32:1.

Nella misurazione da 10 stop, il mio contrasto era di 1024:1.

Questo ci tornerà utile dopo quando calcoleremo la latitudine di posa dalla curva caratteristica della pellicola.

D-Min e D-Max

Con questi due termini si intende l’indice che misura la densità della pellicola. Con densità della pellicola si intende quanto essa blocchi la luce.

Sappiamo che una pellicola reagisce ai fotoni ed al successivo sviluppo scurendosi. L’unica differenza è che la pellicola negativa si scurisce dove è stata colpita dalla luce (ed in stampa quella parte diventerà bianca), mentre una diapositiva si schiarisce dove è stata colpita dalla luce.

Ogni pellicola ha un d-min (ovvero la massima trasparenza che può raggiungere) ed un d-max (cioè la massima non-trasparenza).

La pellicola non avrà mai un d-min pari a 0. Essendo un oggetto fisico, una parte di luce verrà sempre e comunque assorbita dal supporto sulla quale e spalmata l’emulsione.

Il d-max varia da pellicola a pellicola, ma è un valore prossimo a 3 per la pellicola negativa e al 4 per la pellicola positiva.

E’ importante conoscere questi valori per capire quanto il nostro scanner sia adatto per penetrare o meno una determinata emulsione.

Reciprocità / Fallimento della reciprocità

Con reciprocità in fotografia si intende il fenomeno per il quale, restando limitati all’esposizione e senza prendere in considerazione la profondità di campo, una data esposizione X è equivalente ad una esposizione Y che presenti un tempo di esposizione doppio ed un’apertura di diaframma che sia la metà della precedente esposizione.

Detto in altri termini, Una esposizione di 1/125 a F/8 è identica ad una esposizione 1/60 a F/5.6 (abbiamo cioè dimezzato il tempo e raddoppiato l’apertura di diaframma).

Il Fallimento della reciprocità è quando, sopra o sotto determinati tempi di posa, la pellicola non viene più impressionata in maniera lineare ma richiede un aggiustamento. Quindi al dimezzare del tempo e al raddoppiare del diaframma (o viceversa) non avremo più la stessa esposizione finale.

E con questo abbiamo introdotto alcuni concetti fondamentali.

Nel prossimo articolo, affronteremo la Curva Caratteristica, e vedrete che tutte queste nozioni torneranno utili!

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